Storie di Gigli – La Cultura Femminile all’Inizio del ‘900

Fra le critiche più comuni che vengono mosse verso il genere yuri c’è l’uso, il riuso e l’abuso di determinati cliché, presenti in tantissime opere e facilmente riconoscibili ai lettori più navigati. Se ad esempio iniziassi a parlarvi di un manga ambientato in una scuola, con due protagoniste dal carattere e dall’aspetto diametralmente opposti, che scoprono di amarsi ma che devono mantenere segreta la loro relazione, riuscireste ad indovinare il titolo?
Difficile, eh?
E in quanti storie avete letto di senpai impossibilmente belle e brave, di oneesan gentili e affidabili, di carinissime kōhai o imōto, di principi (♀) che fanno impazzire tutte le ragazze e di luoghi in cui non sembrano esistere maschi di alcun tipo?
Questi sono solo alcuni dei cliché che troviamo più spesso nei manga yuri, ma qual è la loro origine? Come e quando sono nati? Per scoprirlo ci tocca fare un viaggio indietro di circa un secolo.

La nascita delle shōjo

Il periodo Meiji (1868-1912) fu caratterizzato da numerose riforme e innovazioni che portarono il Giappone ad abbracciare la modernità e ad industrializzarsi. Per fare ciò, un’educazione adeguata fu ovviamente ritenuta necessaria, e così venne introdotto un sistema scolastico moderno basato su quelli in vigore all’epoca nei paesi occidentali. In tutto il Giappone si diffusero scuole ed università sia pubbliche che private, che vennero rese via via sempre più accessibili. Nel 1899 venne promulgata la kotō jogakkō rei (legge sull’istruzione superiore femminile) per promuovere l’istruzione superiore fra le adolescenti. Il numero d’iscritte agli istituti superiori aumentò, anche se rappresentavano comunque l’1% circa delle ragazze giapponesi nella fascia d’età della scuola superiore, quindi solo le appartenenti all’alta e alla media borghesia potevano permettersi di frequentare gli istituti femminili, buona parte dei quali fondati da missionari cristiani. Le studentesse del periodo Meiji formavano una vera e propria categoria sociale tutta nuova che, nel bene e nel male, rappresentava la modernizzazione in atto del Giappone: il rifiuto delle acconciature elaborate e l’adozione di concetti occidentali come l’amore spirituale, la castità e la modestia, erano tutti sintomi dei cambiamenti in corso nel paese e di una rottura con il passato. Queste shōjo, intrappolate nella realtà di un paese fortemente patriarcale e sempre più militarmente aggressivo, proveranno a ritagliarsi uno spazio proprio in cui rifugiarsi portando alla nascita della shōjo bunka 少女文化 (cultura femminile).

La letteratura per ragazze

Le shōjo rappresentavano anche un nuovo pubblico di consumatrici e per questo vengono fondate varie riviste dedicate a loro, la prima fu Shōjo kai 少女界 (il mondo delle ragazze) nel 1902, a cui seguirono poi Shōjo no tomo 少女の友(l’amica delle ragazze), Shōjo gahō 少女画報(la rivista delle ragazze) e molte altre. Queste riviste contenevano articoli su argomenti adatti agli interessi del proprio pubblico di riferimento, vari reportage, foto, racconti e persino allegati come cartoline e carte da gioco. Il loro successo fu dovuto alla capacità di parlare dritto al cuore delle ragazze di quel tempo e all’attenzione data ai loro contributi, pubblicando lettere e romanzi inviati dalle proprie lettrici. Questi giornali però, erano posti sotto l’attento controllo del governo ed erano dunque obbligati a veicolare l’ideologia dominante e il modello di comportamento approvato. In questo periodo, l’adolescenza per le ragazze di buona famiglia era intesa come un’età d’innocenza, libera da obblighi sociali e lavorativi. Esse dovevano essere modeste, graziose, raffinate, ubbidienti e sopratutto non avere contatti con coetanei di sesso maschile, pena la definizione di daraku jogakusei 堕落女学生 (studentessa degenere). L’educazione inculcata nelle scuole superiori era tutta centrata nel formare le future ryōsai kenbo 良妻賢母 (brave mogli e madri sagge) che servivano al Giappone moderno, piuttosto che ad istruire delle future lavoratrici.
A contribuire all’educazione morale delle future ryōsai kenbo c’erano i romanzi per ragazze, i cosiddetti shōjo shōsetsu 少女小説, pubblicati sulle riviste succitate. Questi romanzi erano ambientati principalmente a scuola, la protagonista e gli altri personaggi femminili incarnavano l’idea dell’adolescente modello del periodo, e lo stile di scrittura era romantico e sognante. Tutto questo permetteva alle giovani lettrici di evadere dalla realtà di una società patriarcale che aveva già deciso per loro cosa sarebbero dovute diventare da adulte. I maschi, ad eccezione di parenti, anziani e infanti, non comparivano in questo genere di storie che invece si focalizzavano sui rapporti d’amicizia fra ragazze, che a volte si trasformavano in “qualcosa di più”. Questo filone della letteratura femminile, e tutta la cultura che vi gravitava attorno, è noto come esu エス (S), che è anche uno dei termini con cui si indicavano le relazioni omosessuali fra ragazze nelle scuole.

Relazioni esu e ome

La segregazioni delle classi per sesso iniziava a partire dalla terza elementare, quindi ragazzi e ragazze erano abituati fin da subito ad avere pochi contatti con coetanei di sesso opposto al di fuori dei membri della propria famiglia. Questo spingevi i ragazzi, raggiunta l’età dell’adolescenza, ad instaurare relazioni omosessuali, perlopiù temporanee ed effimere, con i propri compagni di scuola. Nelle scuole femminili questo genere di relazioni assumeva diversi nomi che variavano da luogo a luogo: ad esempio in una scuola femminile di Niiza (prefettura di Saitama) si utilizzava goshin’yuu ご親友 (amica intima), mentre a Tokyo si usava ome おめ, termine dall’etimologia poco chiara che si diffuse a partire dal 1910. Riguardo ome, sappiamo che almeno all’inizio indicava un’innocente amicizia romantica fra una senpai e una kōhai, ma in seguito, anche grazie alle speculazioni della stampa, iniziò ad essere intesa come una relazione fisica malata e pericolosa fra una ragazza mascolina e omosessuale che “corrompeva” una ragazza femminile e eterosessuale. Si diceva che questo genere di rapporto provocava infertilità, malattie varie, sviluppo di tratti maschili e persino la morte!
Dagli anni ’20 in poi si affermerà un altro termine, in cui la dicotomia maschile/femminile è assente: kurasu esu クラスエス (Classe S) o esu kankei エス関係 (Relazione S). Nel primo caso il significato è “fuga dalla classe”, cioè saltare le lezioni, mentre nel secondo la S sta per “sister” o “soeur”, ovvero sorella e difatti una coppia esu tipica era formata da una oneesama お姉さま e da una imōto 妹, ma pare che anche le insegnanti fossero coinvolte in questo tipo di relazioni.
Indipendentemente da come le si voglia chiamare, queste amicizie romantiche erano incoraggiate perché viste come una fase normale della crescita di un’adolescente e fornivano una prima educazione romantica senza rischi, purché non continuassero dopo il diploma. Queste erano proprio il genere di relazioni “sane” che i shōjo shōsetsu rappresentavano e in fin dei conti non potevano fare altro. Fra le varie autrici di questi romanzi, la più importante di tutte è senza dubbio Yoshiya Nobuko 吉屋信子, scrittrice non certo famosissima, ma dall’innegabile influenza culturale.

Yoshiya Nobuko e Hanamonogatari

Nata nel 1896 da una famiglia di origine samurai, Yoshiya è l’autrice che più di tutte ha contribuito, con le sue storie, allo sviluppo degli shōjo shosetsu e della cultura shōjo. Figura per certi versi controversa e controcorrente, sfoggiava un look androgino, vestiva all’occidentale e portava i capelli corti nonostante fosse vietato dalla legge. Femminista ed omosessuale, adotterà nel 1957, unico modo per suggellare la loro unione, Monma Chiyo, segretaria e compagna di vita.
Nel 1915 si trasferirà a Tokyo dove inizierà la collaborazione con la rivista Shōjo gahō, per serializzare dal 1916 al 1924 Hanamonogatari 花物語 (Storie di fiori), la sua opera più famosa, composta da 52 storie brevi ognuna delle quali prende il titolo dal nome di un fiore. Le storie seguono un canovaccio che tende a ripetersi: l’ambientazione principale è quella delle scuole e dei dormitori femminili, i personaggi maschili non sono presenti o sono marginali, la protagonista è sempre una shōjo che solitamente ha un’infatuazione per un’altra studentessa o per un’insegnante. L’amicizia romantica è dunque il tema principale di queste storie, ma solo alcune di esse narrano esplicitamente di relazioni esu e nell’Hanamonogatari sono tutte destinate a non avere un lieto fine: spesso gli amori non sono corrisposti e anche quando lo sono, separazioni, matrimoni combinati e morte pongono fine alla relazione. Ad esempio, in Wasurenagusa 忘れな草 (Nontiscordardimé) la protagonista Tokoyo s’innamora della sua senpai Mizushima Chie, senza tuttavia riuscire mai a confessare i suoi sentimenti e limitandosi a lasciare un mazzetto di nontiscordardimé sul banco della ragazza prima del diploma. In Moyuru hana 燃ゆる花 (Fiori che bruciano)le due protagoniste sono la studentessa Midori e Masuko che, nonostante sia già diplomata, rimane a scuola per sfuggire ad un matrimonio combinato ed entrambe muoiono suicide in un incendio, in Hama nadeshiko 浜撫子 (Dianthus Japonicus) la studentessa Masumi, innamorata della compagna Sakiko, si suicida dopo aver scoperto che i suoi genitori stanno organizzando il suo matrimonio. In Kibara 期薔薇 (Rosa gialla) la protagonista Katsuragi è un insegnante che ha una relazione con Reiko, una sua studentessa. Quando Reiko viene costretta a sposarsi dalla sua famiglia, Katsuragi si trasferisce negli USA. Questi finali tristi, se non tragici, permettono a Yoshiya sia di adeguarsi alla convenzione che vuole che le relazioni esu siano transitorie, sia di criticarla: finali simili possono infatti esser letti come un rifiuto per le ragazze di diventare adulte e adeguarsi alle aspettative delle società. I vari livelli di lettura di Hanamonogatari permisero la pubblicazione dell’opera su riviste mainstream, offrendo comunque una visione diversa delle relazioni esu.
Lo stile di Yoshiya, definito bibunchō 美文調 (prosa ornata o floreale), è caratterizzato da un registro delicato e femminile che impiega frasi lunghe e articolate, nonché un ampio uso di ellissi, ripetizioni e una narrazione precipitosa per conferire un tono sognante, romantico e nostalgico alle storie. I manga shōjo furono molto influenzati dai romanzi di Yoshiya, non solo per quanto riguarda lo stile narrativo, ma anche per l’amore per le ambientazioni occidentali, l’uso simbolico di fiori e i personaggi stereotipati.
Mentre era ancora impegnata con Hanamonogatari, Yoshiya pubblicherà nel 1920 Yaneura no nishōjo 屋根裏の二少女 (Due ragazze nell’attico), un romanzo avente come protagoniste due ragazze dai caratteri diametralmente opposti: la timida, insicura e sognatrice Akiko, si contrappone alla ribelle, determinata e sicura di sé Akitsu. Le due ovviamente finiscono con l’innamorarsi l’una dell’altra. Yaneura no nishōjo presenta molti elementi in comune con le storie che compongono l’Hanamonogatari, ma ci sono due differenze fondamentali fra queste opere: innanzitutto, la relazione di Akiko e Akitsu non è puramente platonica e le due arriveranno a condividere lo stesso letto, ma Yoshiya evita di descrivere in maniera esplicita cosa accade su di esso, lasciando che sia il lettore ad interpretare la scena. Ma la vera differenza con le storie di Hanamonogatari la vediamo nel finale: Akiko grazie ad Akitsu diventa adulta, entrambe si lasciano alle spalle l’attico e si preparano a vivere una nuova vita insieme. Qui non c’è la morte a dividere le due amanti e neanche le aspettative della società, infatti Akiko entra nel mondo degli adulti senza passare attraverso il matrimonio, come era normale in quel periodo.
Dalle storie di Yoshiya emergono diversi cliché che ancora oggi troviamo nei manga yuri come la differenza d’età e di caratteri delle protagoniste, la prominenza dell’amore spirituale rispetto a quello fisico, il senso di effimerità della relazione che è spesso legata all’adolescenza e alla durata della scuola. Nell’incipit però vi ho parlato anche di “principi (♀)”, cioè quelle ragazze che incarnano tutti gli aspetti ideali di un maschio ma senza i difetti, ma da dove provengono? Non dalle pagine delle riviste per ragazze, ma dal palco di una compagnia teatrale.

La Compagnia Takarazuka

La Takarazuka Revue 宝塚歌劇団 fondata nel 1913 nella cittadina omonima, è una compagnia di teatro musicale attiva ancora oggi che ha adattato musical di Broadway, romanzi giapponesi e stranieri, manga, videogiochi, favole e capolavori della letteratura, ed ha una particolarità: l’intero cast è femminile ed è diviso fra le otokoyaku 男役 che svolgono i ruoli maschili e le musumeyaku 娘役 che invece interpretano i ruoli femminili. Le otokoyaku in particolare per calarsi nel ruolo di uomo, non possono semplicemente indossare pantaloni e recitare con voce più profonda, devono sapere anche camminare, muoversi, gesticolare e danzare come uomini, esagerandone tratti e movenze. Diversi mangaka si sono ispirati direttamente alle otokoyaku per i propri personaggi: ad esempio Osamu Tezuka per la creazione di Zaffiro in Ribon no kishi リボンの騎士 (Cavaliere del nastro, noto da noi come “La Principessa Zaffiro”), oppure Naoko Takeuchi per Tenō Haruka.
Sapete dunque chi ringraziare.

La fine della cultura esu

Con lo scoppio della guerra Sino-Giapponese nel 1937 il governo iniziò a censurare ancora più pesantemente la stampa e le relazioni esu nei shōjo shosetsu ne fecero le spese. Il sentimentalismo di queste storie era visto d’ostacolo allo sforzo bellico che richiedeva il contributo di tutti, anche di ragazze adolescenti, e quindi i shōjo shosetsu ora dovevano esaltare valori come il patriottismo e il sacrificio segnando quindi il declino definitivo del genere. Anche Yoshiya, assieme a tanti altri scrittori e scrittrici, venne cooptata dal governo per scrivere propaganda imperialista.
Con la fine della guerra e l’occupazione americana, il Giappone si dota di una nuova costituzione e di tutta una serie di nuovi diritti e doveri per i cittadini, ora non più sudditi. L’educazione mista si diffonde a tutti i livelli e le relazioni esu, ormai obsolete, si fanno sempre più rare fino a scomparire del tutto negli anni ’60. I shōjo shosetsu lasceranno il passo ai manga shōjo, ma di come i primi abbiano influenzato i secondi ne parlerò in maniera più approfondita nel prossimo capitolo.

Stay Yuri

Storie di Gigli – Introduzione

Interrompo le normali trasmissioni per iniziare un progetto che avevo in mente già da un po’ di tempo: parlare di yuri. Qualcuno di voi saprà già che la mia tesi di laurea riguardava proprio il genere yuri (i più fortunati l’hanno pure letta, i più fortunatissimi hanno una copia ;))))))))))) ), ma devo dire che il risultato finale non mi ha esaltato particolarmente. Sarà che avevo poco tempo, sarà che faccio schifo a scrivere, ma in ogni caso mi sarebbe piaciuta riscriverla un giorno. Ed eccoci qui. Buona lettura!

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